La Basilica Pontificia Minore di Santa Maria del Carmine, ricostruita nella sua forma attuale nel XIX secolo, racchiude una storia millenaria che affonda le sue radici nell’epoca romano-imperiale. I materiali lapidei ritrovati durante i lavori di ricostruzione attestano l’esistenza di un luogo destinato alle sepolture pagane della gens Villiana e di altre famiglie ad essa legate. Sopra questo antico sito, nel Medioevo, sorse un tempio cristiano dedicato inizialmente a San Bartolomeo e poi a San Leonardo, in concomitanza con lo sviluppo del borgo di Avigliano.
L’edificio, ampliato nel 1583 per far fronte all’aumento della popolazione, contava già due altari dedicati alla Madonna, uno dei quali alla Madonna del Carmine. Nel 1614 fu innalzato l’altare maggiore, restaurato nel 1630 grazie al sindaco Silvestro Bàccaro. Nei decenni successivi furono aggiunti altri altari, commissionati dalle famiglie nobili locali e dalle confraternite religiose. Tra gli interventi più significativi del XVII secolo figurano i restauri del campanile e della chiesa eseguiti dal maestro Giuseppe Tripàldi nel 1661. Tuttavia, la struttura subì danni a causa del terremoto del 1694, che fortunatamente risultarono facilmente riparabili.
Nel XVIII secolo, la crescente ricchezza del clero portò alla costruzione di cappelle gentilizie, mentre l’esigenza di ampliare ulteriormente l’edificio portò nel 1762 alla demolizione di due case della famiglia Còrbo per spostare il muro a valle. Nonostante i lavori di manutenzione ordinaria, divenne evidente che solo una totale ricostruzione della chiesa avrebbe potuto rispondere alle necessità della comunità. Nel 1780 l’architetto Luigi Macrì progettò una nuova struttura, ma i lavori iniziarono con grande ritardo, procedendo ben oltre la metà del XIX secolo.
L’edificio, ormai in precarie condizioni, fu chiuso nel 1814 dal vescovo di Potenza Bartolomeo De Cesare, che trasferì temporaneamente le funzioni religiose nella chiesa del SS. Rosario, poi soppressa nel 1831. Nel 1848, sotto la direzione dell’architetto Domenico Berni e dell’ingegnere Giuseppe D’Errico, i lavori ripresero, includendo la demolizione di alcune case per creare una piazza antistante. Nel 1854 furono completati gli esterni, eccetto il campanile, ultimato solo nel 1896. Gli interni vennero arricchiti negli anni ’80 del XIX secolo con altari in marmo policromo lungo le navate laterali e il transetto. La riapertura al culto avvenne nel 1884 per mano del vescovo Tiberio Durante.
Tra le opere di maggior pregio spicca il trono marmoreo sull’altare maggiore, realizzato nel 1950 per accogliere la statua lignea settecentesca della Madonna del Carmine, opera degli scalpellini aviglianesi Michelangelo e Andrea Manfredi. La chiesa custodisce due acquasantiere, una delle quali, del 1936, è un ex voto di Salvatore Manfredi e figli, oltre a un fonte battesimale settecentesco.
Le statue lignee, di varie epoche e tecniche, sono collocate in nicchie sopra gli altari. Nella navata sinistra, troviamo un Cristo deposto del XIX secolo e una Madonna della Purificazione del XVIII secolo, rimaneggiata nel 1913. Seguono le statue di San Leonardo e San Vincenzo Ferrer, entrambe del XVIII secolo, e una Madonna del Rosario con Bambino, datata alla prima metà del XIX secolo. In un’altra nicchia spicca un Sant’Antonio Abate del XVII secolo.
Nella navata destra si trovano statue come San Rocco, la Madonna Addolorata, San Sebastiano, attribuita a Carmine Lantraceni, e una Madonna con Bambino. Sulla parete della prima campata, una grande tela del 1727 di Francesco Giordano raffigura Santa Chiara che mette in fuga i Saraceni. Altre opere pittoriche ornano la sagrestia, tra cui tele di Gian Lorenzo Cardone, Nicola Sardiello e Vincenzo Pernice, oltre a quattro busti reliquiari del tardo Seicento e un crocifisso ligneo del XVIII secolo.
Infine, il coro ligneo, sebbene coperto da strati di vernice marrone, conserva la cantoria con pannelli dipinti e un organo di grande pregio, recentemente restaurato nel 2024, concludendo con eleganza il profilo artistico e storico della Basilica.
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