24 - Palazzo Vulpano - Sylos

Massimo esempio di architettura civile rinascimentale in Puglia

Trascrizione audioguida

Il palazzo Vulpano – Sylos è uno degli esempi più rappresentativi dell’architettura civile rinascimentale in Puglia e fu tra i primi edifici a essere riconosciuto come monumento nazionale. La sua costruzione risale alla fine del XV secolo e fu voluta dai fratelli Leucio e Giovanni Pasquale Vulpano, esponenti di un’antica e nobile famiglia bitontina. Esteti e letterati, abili commercianti e promotori della cultura locale, i Vulpano segnarono la storia della città fino all’estinzione della loro casata, avvenuta nel 1530 con Minerva Vulpano, andata in sposa a Diego Sylos, capitano di ventura al seguito di Consalvo de Cordoba.

L’edificio, sviluppato su due piani, si distingue per la sobrietà della sua struttura, interrotta dall’elegante portale in stile catalano. Sopra di esso si apre una nicchia con la statua dell’arcangelo Michele, patrono della famiglia e titolare della cappella interna al palazzo. Sul paraspigolo destro è collocata la scultura di un guerriero, simbolo di potenza e nobiltà. Il portale stesso, con il suo arco incorniciato in una struttura rettangolare, testimonia l’influenza della Napoli dell’ultimo Quattrocento, dove il tardo gotico catalano si fondeva con il classicismo rinascimentale toscano.

Agli spigoli dell’ingresso spiccano gli stemmi gigliati della famiglia Vulpano.

Dal cortile si ammira la loggia, suddivisa su due livelli e avvolta da una cornice marcapiano che ne esalta l’equilibrio architettonico. L’atrio, su cui si affacciano porte e finestre classiche, è scandito al primo ordine da tre arcate sorrette da colonne con capitelli corinzi, sopra le quali si sviluppa un parapetto decorato da un raffinato apparato scultoreo. La scalinata conduce al piano nobile, dove la loggia superiore riprende la struttura del livello inferiore, con tre arcate e volte a crociera ornate da stucchi di epoca successiva. Sul lato destro del cortile si trova un pozzo adornato da un serto floreale, attribuito all’artista Nuzzo Barba.

L’attribuzione del loggiato resta incerta: alcuni studiosi lo collegano al fiorentino Filarete, mentre altri ritengono che sia frutto dell’influenza veneto-dalmata, diffusa in Puglia da artisti come Francesco Laurana e Giorgio Schiavone.

Un elemento di grande interesse è il bassorilievo che decora il palazzo, il cui significato si muove su due livelli. Da un lato, è un monumento commemorativo della famiglia Vulpano, in particolare dei fratelli Leucio e Giovanni Pasquale. Dall’altro, veicola un messaggio etico e sociale che si articola su più registri. Nel primo, compaiono i busti delle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Sul cornicione è incisa una massima di Sallustio: nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia anche le più grandi vanno in rovina. Il terzo registro ospita figure storiche e mitologiche mentre al centro si trova la lapide commemorativa con le effigi dei fratelli Vulpano, affiancata dallo stemma della famiglia Sylos.

I recenti restauri hanno riportato alla luce due stanze al piano terra con soffitti affrescati, in cui si nota un forte richiamo alla classicità. Qui il tema centrale è l’amor sacro e l’amor profano, espresso attraverso quattro episodi emblematici. Didone è raffigurata con la spada sguainata, in preda alla disperazione dopo l’abbandono di Enea. I suoi capelli sono scompigliati dal vento, il volto segnato dal dolore, il gesto carico di drammaticità. Cleopatra, invece, è rappresentata con l’aspide, simbolo del lusso e della decadenza, mentre sceglie la morte per sottrarsi al trionfo di Ottaviano dopo la disfatta di Azio. Cornelia, figlia di Scipione l’Africano, incarna il modello della mater familias. Dopo la morte del marito, rifiuta di risposarsi e si dedica completamente all’educazione dei figli. Nell’affresco, il suo sguardo pensieroso lascia intuire il peso del suo destino, mentre un bambino le si accosta al seno e un altro gioca ignaro della sua sorte. L’episodio di Pero e Cimone, infine, rievoca la pietas romana nella scena in cui Pero allatta il padre, condannato a morire di fame in carcere.

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